Anna Venturini scrive su ricordi ed esperienze all’estero di ieri e di oggi, ripercorrendo scelte e sensazioni dall’Italia alla Costa Rica

Alfredo

Vivo fuori dall’Italia ormai da quasi vent’anni, prima a Capo Verde e poi in Costa Rica. L’atmosfera che si respira nelle comunità italiane all’estero credo sia molto simile in ogni paese. Esportiamo le nostre storie e le nostre forme mentali e inevitabilmente gli schemi culturali tendono a ripetersi e forse anche ad accentuarsi in situazioni diverse accomunate dalla lontananza della patria. Un tempo le comunità Italiane all’estero erano i luoghi dell’accoglienza per i nuovi arrivati, lo spazio di ascolto e di assistenza. Oggi non più, a parte rarissime eccezione lasciate alla buona volontà dei singoli.

A volte ho avuto la sgradevole sensazione di essere fuori posto, un senso di disadattamento che non provavo da anni, credo da quando ancora vivevo nel bel paese e già non mi sentivo a mio agio. I motivi che mi portarono all’estero allora erano molti, ed alcuni, molto semplici, come quello della ricerca di un clima e di un ritmo di vita migliori, ad altri, un po’ più complessi, che avevano a che fare con aspetti della cultura e della società italiana che già avevo la sensazione di non essere più in grado ne di combattere ne di tollerare.

Avevo idee che mi parevano chiare su quel che ritenevo giusto e quello che no, pensavo cose che mi parevano ovvie, come il fatto che l’acqua fosse un bene di tutti e che la Monsanto non avesse il diritto di monopolio sui semi, che la politica italiana era destinata a sgretolarsi e che la cultura stava per essere definitivamente inghiottita dall’imbecillità dei nuovi barbari, quelli uniformati e addestrati da un paio di decenni ad appiattire ogni cosa, dal senso del gusto a quello del bello, che non avere idea della stagione in cui maturano i pomodori non facesse bene alla salute, e che l’horror vacui che portava centinaia di persone a trascorrere i fine settimana nei grandi centri commerciali non fosse sintomo di sanità mentale collettiva.

Soprattutto avevo chiaro il fatto che ero stufa di combattere. Vedevo il vuoto intorno. Questo mi dava un senso di nausea e impotenza, mi sentivo insieme forte e fallita. L’imperativo kantiano in qualche modo continuava ad ammonire, e sapevo che se ognuno si fosse comportato come se le sorti del mondo dipendessero da lui avrebbe sentito più forte la necessità della giustizia. E La mia bella filosofia della mia libertà che finisce dove inizia la

 

tua e del tieni pulito con saggezza il tuo quadratino di mondo, che se tutti lo fanno sarà un mondo pulito e sano? Ero fuori posto. Dovevo cercare un mondo che mi assomigliasse.

Non so per quale motivo, ma spesso capita che quando abbiamo una serie di convinzioni profondamente radicate e prendiamo delle decisioni che riteniamo in linea con quelle convinzioni, pensiamo che anche altre persone che fanno scelte simili alle nostre siano motivate da convinzioni simili. Questo atteggiamento dev’essere la radice più profonda delle incomprensioni che nascono e che finiscono per allontanare le persone.

Ho vissuto cinque anni in un quartiere costarricense, dove le persone avevano prospettive e visuali che mi parevano normali. Livelli sociali differenti trovavano un punto di incontro nel patio di casa, dove insegnanti e campesisnos discutevano sulla dannosità dei diserbanti, sulla qualità’ dell’insegnamento e sulle tasse da pagare. La presenza degli stranieri era considerata un specie di effetto collaterale del turismo, buono per certi versi, pes

simo per altri. Gli italiani eran bollati come arroganti e rumorosi, i francesi antipatici, gli svizzeri buffi nella loro ostinata puntualità, gli americani senza speranza perché non imparano mai lo spagnolo, gli argentini un po’ come gli italiani ma con più voglia di lavorare, i colombiani pericolosi indistintamente…insomma tutto un mondo variegato di  comportamenti tipici bollati con ironia e un pizzico di superiorità, ma sempre con una tolleranza quasi materna.

Di italiani ne ho conosciuti parecchi, e molti mi erano parsi tranquilli e sensati, svolgevano attività di ristorazione o si erano ritiranti in campagna a sperimentare una nuova vita fatta di agricoltura responsabile e produzioni ecosostenibili, oppure erano pensionati che incontravo in gelateria o che compravano fiori da piantare in giardino al mercato del sabato. Ma in ogni comunità ci sono personaggi incapaci di integrarsi, quelli che sono partiti dall’Italia perché la’ stavano male e non perché qui stanno bene. C’è’ una bella differenza. Si ritrovano ora in fase di riciclo a giudicare i costarricensi senza ironia n’è tolleranza, dimenticandosi che qui, quelli da tollerare, siamo proprio noi, gli stranieri che stanno invadendo il loro paese in cambio di un discutibile apporto finanziario le cui conseguenze solo in futuro potremo valutare. C’è’ chi propone brillanti idee per una nuova attività che spaziano dalla ditta di prodotti usa e getta (e io che credevo che buttare le cose dopo averle usate una sola volta avesse abbondantemente inquinato l’Italia, e non fosse il caso di insistere) all’ennesima ditta di importazione di prodotti italiani introvabili, tipo latte parmalat e i pomodori in scatola (…e io che credevo di avere anche più del necessario e compro il latte fresco e pomodori al mercato dal contadino..).

Nei discorsi da bar imperversano le parole chiave “residenza” e “investimenti”. Si dice che il paese non meriti che uno investa centinaia di migliaia di dollari perché non servono a garantire diritti civili come la residenza. E io che credevo che i diritti civili fossero la libertà di espressione e cose simili. Si dice che i costarricensi siano inaffidabili e non abbiano voglia di lavorare. E io che credevo che fosse un luogo comune, come quello che pensano gli svizzeri degli italiani, i milanesi dei romani e gli americani dei messicani… Ho sentito dire che in Italia per gli immigrati e’ molto più facile ottenere la residenza che per noi qui. E io che ricordavo immagini di immigrati buttati sulle spiagge… o forse non stavamo parlando dello stesso tipo di immigrati? Ho scoperto infatti che molti italiani hanno una nuova legge matematica: il diritto alla residenza e’ direttamente proporzionale alla quantità di denaro investito.

Questo piccolo paese, esempio per il mondo per lo sforzo antimilitarista, per il rispetto dell’ambiente, per l’attenzione all’istruzione per tutti, alla salute pubblica e all’uguaglianza, non è’ il paradiso, per il semplice fatto che il paradiso pare non sia ubicato sul pianeta terra,  ammesso che sia ubicato da qualche parte…

Se abbiamo guerra dentro, vediamo guerra fuori, se intolleranza, vediamo intolleranza. Se a piccoli sprazzi e momenti abbiamo un barlume di paradiso nel cuore, e’ proprio in paradiso che sentiremo di essere.